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In aumento le donne che devono mantenere gli ex In 3 anni numero quasi raddoppiato. «Non protestano». Sei mogli su dieci tra quelle condannate a pagare esercitano la libera professione.
6 febbraio 2009 - di Elvira Serra - corriere.it - Chi è più ricco paga. Ed è pacifico. La legge, del resto, parla di
partner economicamente più forte. Sorprenderà, però, sapere che nelle
sentenze di separazione o di divorzio cominciano a farlo sempre di più
le donne. Segno di un sorpasso, almeno in banca. E dell'ennesima
lezione di stile. «Perché le donne, quando ci sono i requisiti, non
creano nessun ostacolo, sono leali: versano quel che c'è da versare.
Sono rispettose dei diritti dell'ex marito e anche dell'opportunità
di aiutarlo. Finora con le mie clienti non c'è mai stata nessuna
discussione », spiega la matrimonialista milanese Annamaria Bernardini
de Pace, circa trecento cause nel 2008, sei delle quali riguardavano
mogli che hanno trovato un accordo in favore del partner.
Manager e professioniste
Autonome, benestanti e molto
intelligenti. Di sicuro nel comprendere le ragioni dell'uomo che in
molti casi è il padre dei loro figli e con cui hanno condiviso da
quattro a dodici anni di vita. Hanno dai quaranta ai cinquant'anni e
vivono perlopiù nel Nordest, ma non solo. C'è l'imprenditrice della
Costiera Amalfitana, per esempio, proprietaria di quattro alberghi, che
ha accordato senza battere ciglio un assegno da diecimila euro mensili
all'ex marito. Si erano tanto amati: lei si è ripresa la sua libertà e
lui non si è dovuto riprendere il lavoro di cameriere. C'è l'ereditiera
di un grosso patrimonio familiare: al momento di dirsi addio, ha ceduto
all'ex un'azienda, che lui naturalmente era in grado di condurre. Anzi,
durante il matrimonio si era rivelato un prezioso collaboratore. «In
linea di principio, valido sia per l'uomo sia per la donna, viene
accordato l'assegno di mantenimento quando il reddito di uno dei due è
quattro volte superiore a quello dell'altro, e sempre, invece, nel caso
in cui quest'ultimo ne sia privo», puntualizza l'avvocato romano Gian
Ettore Gassani, presidente nazionale dell'Associazione dei
matrimonialisti italiani. Secondo quanto osservato dal Centro studi
Ami, nel 2007 e 2008 il 3,5 per cento delle sentenze ha stabilito che
le mogli debbano mantenere i mariti. Una percentuale ancora più
significativa se si torna al 2005, quando una situazione simile ha
riguardato il 2% dei casi. Gassani va avanti: «Il sessanta per cento
delle donne che mantengono l'ex coniuge esercitano una libera
professione, il 25% sono imprenditrici e il 15% svolgono un'attività
comunque ben remunerata. Quasi quattro su dieci, il 38%, sono più
anziane dei mariti. E questo è interessante, ci spiega perché poi siano
loro a dover versare gli alimenti o l'una tantum quando si divorzia.
Negli ultimi anni le donne hanno sposato uomini più giovani e quindi
anche meno inseriti sul piano professionale. È facile che poi siano
loro a dover sostenere economicamente i mariti ».
Nessuna vergogna
Forse ai colleghi e ai vicini di casa non lo
dicono per pudore. Ma la vergogna sparisce quando si tratta di avanzare
la richiesta tramite il proprio legale. «Toh guarda, mi sono detta a un
certo punto, gli uomini cominciano a chiedere denaro». Laura Hoesch,
avvocato del Foro di Milano esperta in diritto di famiglia, si è
accorta subito che qualcosa è cambiato. «Negli ultimi quattro- cinque
anni mi è capitato di dare una casa a un papà, gestire l'intestazione
di un appartamento ai figli garantendo l'usufrutto al padre, far
corrispondere un assegno al marito che non aveva nulla, o meglio, era
stato molto bravo a non far risultare niente», racconta. La novità è in
atto: fino a qualche anno fa un uomo non si sarebbe sognato di fare una
richiesta economica. Adesso sì. Tanto più in presenza di figli. «Le
donne più ricche, che magari hanno ereditato patrimoni, sono mogli
indipendenti, non sono legate al marito da una dipendenza economica. E
magari si sentono in colpa per questo e cercano di riequilibrare il
rapporto almeno sul piano finanziario. Donne con questa autonomia
danno, e lo fanno volentieri. Magari si giustificano dicendo che è per
i figli, per garantire loro una sistemazione confortevole», aggiunge
l'avvocato Hoesch. In qualche caso, tuttavia, gli uomini possono essere
vittime di un pregiudizio al contrario. «Mi è capitato con un cliente
che aveva diritto all'assegno da parte della moglie, perché lei
guadagnava molto più di lui, con una disparità di uno a dieci, e
oltretutto era stata lei la causa della rottura. Eppure la giudice non
ha accolto la nostra richiesta. Se avessi difeso una donna, non sarebbe
mai successo. Il mio cliente non ha più voluto fare ricorso», ricorda
Annamaria Bernardini de Pace. Quando invece pagano, non sono
necessariamente ricchissime. «Ho avuto clienti che guadagnavano un
milione di euro l'anno, ma anche 170 mila. Professioniste o artiste,
comunque tutte donne che lavoravano, non ereditiere. Accomunate da un
grande rispetto verso l'ex partner», conclude la matrimonialista.
Vittoria o sconfitta?
L'osservatorio romano dell'avvocato
Laura Remiddi conferma la sensazione. Dice: «Io lo noto in situazioni
medio-alte, ma non mi sorprendo più di tanto. La legge parla di parità
del coniuge, non fa distinzioni di sesso. Proprio l'altro ieri ho
incontrato una signora più abbiente del compagno alla quale stavo
prospettando soluzioni come l'assegno o la concessione dell'uso di case
di proprietà». La grande rivoluzione, dal suo punto di vista, è
arrivata con l'affidamento condiviso, applicato nel 90% dei casi, che
attribuisce a entrambi i genitori la responsabilità del mantenimento
della prole. Alla fine trovare un accordo, che sia concedere un assegno
al momento della separazione o l'una-tantum con il divorzio, diventa
una vittoria per tutti, a prescindere da chi-dà-a-chi. «Le donne lo
fanno con minor conflitto perché hanno una maggiore capacità di
distacco — prova a commentare la psicoterapeuta di coppia Gianna
Schelotto —. Gli uomini sono riluttanti per vendetta, non per avarizia.
Il dolore, però, è uguale per tutti».
Elvira Serra
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